Diario del direttore
Diario del direttore n. 11 – Vento romantico a Chianciano
Un fine settimana con l'Enotria Wind Ensemble tra una sola prova, caldo estremo, un programma impegnativo e il piacere di costruire musica insieme a musicisti conosciuti appena ventiquattro ore prima.
Ci sono concerti che iniziano quando il direttore sale sul podio.
Questo è iniziato su un Intercity diretto a Chianciano.
Sapevo che due musiciste dell'Enotria Wind Ensemble sarebbero arrivate in treno da Roma, ma non immaginavo che avremmo preso lo stesso treno, la stessa carrozza e perfino posti vicini. Le riconosco quasi per intuizione: Ilaria e Alessandra.
Ci salutiamo.
Poi faccio quello che faccio quasi sempre in treno.
Dormo.
Arrivato a Chianciano incontro gli altri musicisti. Mi colpisce subito una cosa. Tutti mi chiamano "Maestro" e mi danno del "Lei".
Li fermo quasi subito.
«Ragazzi... mi chiamo Daniele.»
Non mi piace lavorare con troppa distanza. Credo che ci si possa rispettare benissimo anche dandosi del tu, e infatti dopo pochi minuti nessuno ci fa più caso.
La sera andiamo a cena insieme.
Durante la passeggiata verso il ristorante succede una cosa semplicissima: iniziamo a parlare. Di musica, certo, ma anche di tutto il resto. Le barriere cadono molto in fretta e, quando ci sediamo a tavola, l'impressione è già quella di stare fra persone che si conoscono da un po'.

Manca soltanto Fabrizio, che arriverà tardi e conoscerò la mattina successiva.
La domenica comincia presto.
L'appuntamento è alle nove. Avevamo deciso di anticipare tutto rispetto al programma iniziale, anche se fra sistemare leggii, strumenti e sedie iniziamo realmente a suonare verso le nove e mezza. La giornata è lunga: una sola prova, poi il tempo di tornare in albergo, mangiare qualcosa, riposare un po' e alle diciotto il concerto.
Entro in chiesa e capisco subito che sarà una giornata complicata.
Fa un caldo impressionante.

La prima domanda che mi faccio è molto pratica: come faccio a provare quasi un'ora di musica con dieci strumenti a fiato senza arrivare a sera con tutti completamente distrutti?
Decido di partire da Raff.
È il brano più lungo, il più impegnativo e soprattutto coinvolge tutti e dieci i musicisti. In fondo è una vera sinfonia, solo in formato ridotto. Se funziona quella, il resto della prova sarà molto più semplice da organizzare.
Lavoriamo parecchio sulle articolazioni, ma soprattutto sul suono. Mi accorgo quasi subito che tendono naturalmente a suonare con grande energia. Io invece provo continuamente a cercare una gamma dinamica più ampia, soprattutto nei piani. Per i fiati l'articolazione è tutto, ma anche il colore cambia completamente se si riesce a non suonare sempre forte.
Insisto parecchio con i corni. È un lavoro ingrato, perché spesso sono loro a doversi sacrificare di più per non coprire gli altri. Eppure lo fanno con grande disponibilità.
Il caldo, nel frattempo, continua a salire.
Passiamo a Donizetti.
Non l'avevo mai diretto. L'avevo studiato appositamente per questo concerto e, come faccio spesso quando preparo un brano nuovo, avevo ascoltato parecchie registrazioni.
C'era però una cosa che continuava a incuriosirmi.
La partitura che mi avevano inviato riportava la dicitura Urtext e le articolazioni erano molto diverse da quelle che si sentono abitualmente nelle esecuzioni. Molte delle legature che ormai fanno parte della "tradizione" semplicemente non c'erano.
Propongo allora ai musicisti di fare un esperimento.
Sulle parti erano rimaste tutte le correzioni della precedente esecuzione, preparata con un altro direttore. Chiedo di togliere quasi tutte quelle aggiunte e di provare a seguire quello che era scritto sulla partitura.
All'inizio vedo qualche faccia un po' perplessa. È comprensibile: fino a pochi minuti prima stavano suonando quel brano in un altro modo.
Poi però iniziamo.
Per i fiati l'articolazione è tutto.
Bastano poche legature in più o in meno per cambiare completamente il carattere della musica. Poco alla volta la Sinfonia acquista un'altra energia, più leggera, più brillante, quasi più teatrale. Ci lavoriamo con calma, senza fretta.
La soddisfazione più bella arriverà però soltanto dopo il concerto.
Manuel mi dirà che quella Sinfonia non gli aveva mai detto molto, gli era sempre sembrata un po' banale. Con quelle articolazioni, invece, aveva scoperto una musica completamente diversa e gli era piaciuta molto di più.
Questa, per me, è stata forse la soddisfazione più grande della giornata.
Facciamo una breve pausa.
A dire il vero ne avremmo fatto volentieri anche a meno, ma a quel punto eravamo già abbastanza cotti. Manca ancora Dvořák e l'orologio corre.
Le tre Danze slave sono affidate all'ottetto, senza i flauti. Sono trascrizioni: funzionano, ma non sempre in maniera ideale. Alcuni passaggi sono piuttosto impegnativi, soprattutto per i corni, e mi sembra di percepire che non siano i brani preferiti dell'ensemble. Succede. Non ci vedo nulla di strano.
Ci lavoriamo comunque.
Le tre danze sono completamente diverse l'una dall'altra e sono piene di cambi di tempo, di carattere e di atmosfera. Il tempo ormai è pochissimo. Non possiamo rifinire tutto come vorrei. Cerchiamo soprattutto di costruire una struttura solida, chiarire gli attacchi più delicati e mettere tutti nelle condizioni di affrontare il concerto con tranquillità.
Quando guardiamo l'orologio è quasi l'una.
Ci fermiamo.
Torniamo in albergo, dove i gestori ci mettono a disposizione la sala del bar per pranzare insieme. Il pranzo è piuttosto spartano: pane e affettati, comprati dai flauti durante la pausa dopo Raff. Va benissimo così. In questo momento nessuno ha voglia di pranzi elaborati. Abbiamo soprattutto bisogno di bere, mangiare qualcosa e cercare di recuperare un po' di energie.

Un breve riposo e poi di nuovo in chiesa.
Alle cinque siamo già lì.
La aprono con un po' di ritardo.
Per un attimo mi sembra persino che la temperatura sia più sopportabile rispetto alla mattina.
Illusione.
Facciamo soltanto qualche piccolo assestamento. Controlliamo alcuni cambi di tempo, qualche attacco e ci fermiamo. Continuare a suonare non avrebbe più alcun senso.
Poco alla volta arriva il pubblico.
La chiesa è piccola e si riempie rapidamente.
Mi sorprende.
Fino a quel momento Chianciano mi era sembrata quasi deserta e invece, nel giro di pochi minuti, non c'è praticamente più un posto libero.
Da dove arriva tutta questa gente?

Dopo la presentazione di Paolo Ponziano Ciardi, verso le 18.15, iniziamo il concerto.
Si parte.
Durante i primi minuti ho una sensazione piuttosto netta.
Mi sembra che tutto stia andando un po' più lentamente rispetto alla prova. Mi sembra anche che le dinamiche siano cresciute. Non mi convince del tutto.
Poi, però, smetto di pensarci.
Ormai il concerto è iniziato e l'unica cosa sensata da fare è ascoltare e costruire musica insieme.

Donizetti scorre bene. C'è qualche piccola imprecisione qua e là, ma nulla che comprometta il carattere del brano.
Alla fine arrivano gli applausi.
Poi Raff.
Qualche piccolo inciampo nel primo movimento.
Applausi.
Qualche altro nel secondo.
Di nuovo applausi.
E la stessa cosa succede anche dopo gli altri movimenti.
La cosa mi colpisce.
Non capita spesso che il pubblico applauda fra i movimenti di una sinfonia, anche se "in miniatura".
Arriva Dvořák.
Qui la stanchezza comincia davvero a farsi sentire. Qualche piccolo incidente c'è, sarebbe sciocco negarlo. Ma c'è anche una grande professionalità. Nessuno perde mai il controllo del discorso musicale e il pubblico continua a seguirci con attenzione, applaudendo dopo ciascuna delle tre danze.
Alla fine siamo tutti piuttosto provati.

Io, più che provato, sono completamente bagnato. La camicia è fradicia, i pantaloni pure. Credo di non aver mai diretto un concerto con un caldo del genere. Quando, più tardi, nel gruppo WhatsApp scriverò «alta concentrazione, alta temperatura, sauna e bagno turco inclusi...», non sarà poi una grande esagerazione.
Come bis riprendiamo l'ultima parte del secondo movimento della Sinfonietta di Raff, uno dei pochi momenti del programma in cui suonano insieme tutti e dieci i musicisti. Mi sembra il modo migliore per concludere il concerto.

Dopo gli applausi e le fotografie mi fermo a parlare con Paolo Ponziano Ciardi.
In realtà avevamo già chiacchierato prima del concerto. Mi aveva mostrato l'organo della Collegiata, che avrebbe bisogno di un importante restauro. Da lì, quasi naturalmente, gli avevo raccontato che la domenica suono l'organo durante il culto nella Chiesa Valdese di Piazza Cavour e che anche noi, negli ultimi anni, abbiamo affrontato il lungo percorso del restauro del nostro organo.
Riprendendo quel discorso, mi dice una cosa che non mi aspettavo.
«Si vede che lei è organista.»
Più o meno le parole erano queste. Mi spiegava che, ascoltandomi dirigere, gli aveva colpito soprattutto la chiarezza del fraseggio e la corrispondenza fra il gesto e la costruzione della frase musicale.
«In realtà sono pianista», gli rispondo.
Ci sorridiamo.
Quella osservazione mi è rimasta impressa. Non tanto perché fosse un complimento, ma perché andava a toccare proprio uno degli aspetti sui quali rifletto di più quando studio una partitura e preparo un concerto.

Poi arrivano la cena, i saluti e il viaggio di ritorno.
Sul gruppo WhatsApp cominciano ad arrivare i messaggi di tutti. Gino ringrazia per la bellissima esperienza. Ilaria scrive che spera di poter fare presto altri concerti insieme. Gaia parla del piacere di ritrovare vecchi amici e conoscerne di nuovi. Manuel e Claudia ringraziano Alessandro Marano e me per la bellissima esperienza. Davide manda un abbraccio a tutti.
Li rileggo con piacere.
Qualche giorno dopo finisco anche di montare il video del concerto e lo riguardo con calma.
Mi sorprende.
Sul podio avevo avuto la sensazione che alcune cose fossero andate diversamente: tempi un po' più lenti, qualche dinamica più pesante... Riascoltando il concerto mi accorgo invece che quella era stata soltanto una percezione. Certo, qualche piccolo incidente c'è stato, come è inevitabile con una sola prova, un programma impegnativo e quel caldo. Ma nel complesso il risultato è decisamente migliore di quanto ricordassi.
La cosa curiosa è che i primi messaggi dei musicisti dopo aver visto il video vanno più o meno tutti nella stessa direzione.
«Non pensavo fosse venuto così bene.»
Anch'io, in fondo, ho avuto la stessa impressione.
Ripensando a quel fine settimana mi tornano in mente tante immagini: il caldo quasi insopportabile della prova, il pane e gli affettati mangiati al volo prima di cercare un po' di riposo, la chiesa che all'improvviso si riempie, gli applausi dopo ogni movimento della Sinfonietta e dopo ciascuna delle Danze slave, la cena dopo il concerto.
Ma soprattutto mi torna in mente una cosa molto semplice.
Sabato pomeriggio sono salito su un Intercity conoscendo appena due persone dell'ensemble.
Domenica sera sono ripartito con la sensazione di lasciare un gruppo di musicisti con cui avrei fatto volentieri subito un altro concerto.
Ed è una sensazione che, ancora oggi, mi fa sorridere.
Aggiornamento
Il concerto è stato registrato integralmente. Sto aspettando l'autorizzazione di tutti i musicisti per poter pubblicare il video. Appena sarà disponibile lo aggiungerò qui.