Questo concerto lo abbiamo costruito in condizioni particolari.

 

Non tanto per il repertorio — che era già di per sé impegnativo — ma per il modo in cui siamo arrivati a suonarlo.

 

Per diverse settimane le prove sono state molto frammentate.

Sezioni quasi vuote, presenze che cambiavano continuamente, equilibri che non si stabilizzavano mai. Alla fine siamo arrivati con un numero molto limitato di prove realmente condivise: di fatto solo le due del 4 aprile e l’assestamento il giorno del concerto.

 

Nel frattempo l’organico ha continuato a cambiare fino all’ultimo.

Alla fine siamo rimasti con un solo trombone su tre. Una violinista non è riuscita a partecipare né alla prova generale né all’assestamento ed è arrivata pochi minuti prima del concerto, senza poter suonare.

 

Tutto questo ha inciso, inevitabilmente.

 


 

Dal punto di vista del pubblico, la serata è andata molto bene.

La chiesa era piena, l’attenzione molto alta, e il clima estremamente caldo.

 

Dal nostro punto di vista, invece, non sono mancati gli incidenti.

 


 

Nell’ouverture di Brahms si è sentita subito una certa tensione dell’orchestra, con la tendenza a correre in alcuni punti. Ho fatto fatica a trattenerla e questo ha creato qualche disconnessione tra le sezioni.

Il brano era particolarmente esposto, soprattutto per i violini, che in diversi momenti hanno avuto problemi di intonazione negli acuti. In un paio di passaggi c’è stata anche un po’ di confusione, ma siamo riusciti a ritrovarci senza compromettere il discorso musicale.

 


 

Il Concerto di Schumann è stato probabilmente uno dei momenti migliori della serata.

 

Lara è stata molto solida, molto musicale, e siamo riusciti a seguirla e a dialogare con lei in modo preciso.

C’era una linea chiara, condivisa, e il pubblico lo ha percepito molto bene.

 


 

Con la Quarta di Brahms le cose si sono fatte più complesse.

 

Nel primo movimento mi sono sentito particolarmente coinvolto e ho percepito una grande attenzione da parte del pubblico. L’applauso al termine del movimento, inaspettato, mi ha colpito e in qualche modo confermato questa intensità.

 

Il secondo movimento, a parte una prima nota dei corni non felicissima, è andato bene. Ci sono stati diversi momenti riusciti, anche molto poetici.

 

Il terzo movimento, che era uno dei più temuti, ha funzionato con una buona energia, pur con qualche scollatura e alcune imprecisioni legate alle difficoltà già presenti nelle prove.

 


 

Il quarto movimento è stato il più estremo.

 

Da una parte è stato, per me, uno dei momenti più emozionanti della serata — penso soprattutto al solo del flauto all’inizio, che ho vissuto con una intensità molto forte.

 

Dall’altra c’è stato l’incidente più evidente: il mancato ingresso dei fagotti per diverse battute nel corale, insieme al trombone e ai corni.

Si sono persi e, per prudenza, hanno preferito non rientrare subito. Ho cercato di recuperarli con lo sguardo, ma evidentemente non sono stato abbastanza chiaro. Poi sono rientrati e siamo andati avanti senza altri episodi dello stesso tipo.

 


 

Alla fine della sinfonia ero molto carico, stanco fisicamente ma ancora pieno di energia.

 

Abbiamo affrontato un programma difficile, con un organico instabile e poche prove realmente condivise, e questo si è sentito in diversi momenti.

 

Ma nonostante tutto, per tutta la durata del concerto non abbiamo mai smesso di fare musica insieme.

 

Ed è questo, alla fine, il punto.